In Italia le imprese con meno di 10 addetti sono oltre 4 milioni e rappresentano il 95% del totale imprese e il 45% degli addetti: sono dunque una componente di importanza strategica per il tessuto produttivo del paese. Lo stato d’animo con cui guardano al futuro, i loro bisogni e i loro progetti sono questioni rilevanti, che meritano di essere approfonditi andando oltre a quanto emerge dalla cronaca quotidiana.

A lockdown terminato, queste imprese tendono a condividere l’opinione che la crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria sarà di lungo periodo: uno o più probabilmente due anni. E’ quanto emerge dalla esplorazione condotta dal Centro Studi CE&Co all’inizio del mese di maggio, attraverso l’attivazione di una community online composta da 102 partecipanti in rappresentanza di altrettante imprese da 1 a 9 addetti.

Esistono naturalmente posizioni differenziate. Ad esempio: chi lavora nelle cosiddette filiere essenziali, o comunque durante il lockdown ha potuto continuare l’attività, si sente relativamente più protetto rispetto a chi ha subito un blocco totale, perdendo ricavi e clienti a fronte di costi invariati. Tuttavia, la prospettiva di un prossimo calo della domanda, trasversalmente condivisa, porta queste imprese a pensare che nessuno o quasi potrà davvero uscire indenne dalla crisi.

Su cosa si fonda tanto pessimismo? È presto detto: la società del prossimo futuro è percepita come un mondo condizionato dal virus. L’epidemia potrà essere sconfitta solo quando il vaccino sarà disponibile, e il distanziamento sociale influenzerà i comportamenti per un tempo che nessuno riesce a prevedere. È la forza con cui questa prospettiva si impone il vero catalizzatore dell’atteggiamento delle singole imprese, e dei diversi segmenti di impresa, nei confronti della ripartenza.

Fra gli artigiani:

• il distanziamento sociale genera relativamente poca ansia: introduce, è vero, degli elementi di complessità ma non fino a stravolgere l’attività.  Anche chi ha dovuto fermarsi, potrà ricominciare da dove ha lasciato, senza grandi cambiamenti.

anche per questo, l’innovazione di prodotto/processo e l’adozione di nuove tecnologie di norma non vengono prese in considerazione come leva per la ripresa. La soluzione che queste imprese hanno in mente – almeno per ora - è un puro e semplice ‘ritorno al passato’. Fanno eccezione le imprese relativamente più strutturate, sopra i 5 addetti, che hanno già acquisito qualche famigliarità con gli strumenti digitali.

in definitiva, la vera fonte di preoccupazione è il potenzialmente grave calo della domanda, legato alla generale crisi dell’economia.

Fra i commercianti:

• il distanziamento sociale è vissuto come una barriera insuperabile: rappresenta un fattore penalizzante per attività che vivono di socialità e interazione fisica, che si aggiunge alla criticità del contesto socio-economico. Molte di queste imprese, considerano la chiusura una prospettiva realistica di breve periodo: la sola possibile via di uscita è  un aiuto concreto dello Stato.

Chi nonostante tutto guarda al futuro, è impegnato a individuare nuove soluzioni e strategie:

      - la riorganizzazione del punto vendita, con l’obiettivo di garantire massima sicurezza per gli aspetti sanitari senza                   pregiudicare il comfort della visita;

      - l’adeguamento dei prezzi (promozioni e ribassi) per contrastare la crisi

      - il riassortimento, quando possibile (ad es. per cogliere la nuova domanda di dispositivi di protezione)

      - l’integrazione dei nuovi approcci digitali nella gestione del punto vendita fisico (app, e-commerce, videoconferenza),                allo scopo di consolidare la relazione con i clienti.

Fra i professionisti:

• la complessità data dal distanziamento sociale è già parzialmente superata, grazie alla maggiore consuetudine di queste imprese al lavoro e alle interazioni da remoto, che anzi si vorrebbero spesso trasformare in soluzioni permanenti. Ma diventa evidente che non tutti i contesti professionali tuttavia, né tutti i processi aziendali si prestano a questa evoluzione (è il caso, ad esempio, dei servizi socio-sanitari, di alcuni tipi di formazione, delle attività di new business). Così, alla consapevolezza dei vantaggi offerti dalle interazioni da remoto, si affianca quella dei loro limiti intrinsechi, anche e soprattutto sul piano della relazione umana.

l’uso di sistemi e strumenti digitali polarizza queste imprese: le più tradizionali continuano ad operare con una gamma limitata di strumenti (telefono, email, messagistica); le più avanzate lavorano in cloud e usano le videoconferenze. In tutte c’è consapevolezza della opportunità / necessità di rafforzare le proprie dotazioni digitali, oggi spesso fruite ancora in modalità precarie o instabili. M c'è anche molta apprensione rispetto alla propria capacità di investire, che si prevede indebolita dall’incombente crisi economica

in generale, sentendosi parte di una più complessa filiera produttiva messa a rischio dalla crisi, queste imprese vivono un clima emotivo di profonda incertezza, e la tenuta psicologica e mentale di molti è a rischio. Ma sono molti anche coloro che intendono reagire alla crisi. E lo fanno rovesciando il paradigma del distanziamento sociale: la strategia vincente sarà cercare, nonostante tutto, di realizzare il suo contrario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *